Dopo un’esperienza di una settimana dentro Biosphera è stato facile descrivere le percezioni e le sensazioni multisensoriali che ho sentito nel vivere dentro “la casa del futuro”.

Partiamo dal fatto che ho partecipato alla progettazione per cui da subito mi esimo dal dire che mi viene difficile trovare dei difetti poiché sono portato a vedere il bello del progetto, in particolar modo nella mia prima esperienza nel mondo reale. Nella storia, le micro architetture, si sono prestate spesso alla sperimentazione da parte di giovani architetti e questo possiamo dimostrarlo con Biosphera, che ci ha permesso di sperimentare gli studi in un progetto concreto.

L’elemento più interessante nel progettare una “micro casa” è stato quello di riflettere sulla possibile risposta da parte dell’utente, perché nonostante tutte le tecnologie che possiamo pensare e applicare, il fulcro di tutto il sistema sono le persone.

Dopo qualche giorno dentro Biosphera mi accorgo che la casa mi parla, io gli invio degli input (spesso inconsapevolmente) e lei mi risponde con degli output che aumentano le mie condizioni di benessere all’interno di una scatola di 27 m2. Non dimentichiamoci che comunque Biosphera è un progetto prototipo di tecnologie, la dimostrazione che in una superficie così ridotta si vive bene, mi fa immaginare cosa può essere applicare gli stessi concetti nelle nostre case.

C’è anche da considerare che comunque siamo nel XXI secolo, un periodo che ci sta bombardando di cambiamenti, cambiano anche gli stili di vita specialmente nella mia generazione che oggi tutti chiamano “millennials”, una generazione abituata a ricevere notifiche per qualsiasi tipo d’informazione, dalla notifica di facebook a quella di airbnb che ci informa dell’arrivo di un nuovo ospite per condividere uno spazio che oggi più di prima stiamo iniziando a considerare sfruttabile. È quindi arrivato il momento che nella home dei nostri iPhone ci sia spazio anche per le notifiche sul livello della qualità dell’aria oppure sulla temperatura troppo elevata che ci consiglia di aprire le finestre, tutto diventa sempre più semplice.

Non è Biosphera che sta cambiando il mondo, nel XX secolo l’ha fatto la produzione di massa di auto e aerei che ha alterato il modo di pensare la nostra astronave (terra), la stessa rivoluzione sta avvenendo nel nostro secolo, dove tutti i giorni la percezione dello spazio diventa qualcosa di infinitesimamente piccolo. Lo stesso avviene con Biosphera, un complesso di tecnologia che ci fa sentire a casa anche quando non lo siamo, questo è perché siamo in continuazione sincronizzati con “lei”, mi sembra quasi di essere proiettato nel film di “Her” di Spike Jonze dove il protagonista si innamora del suo sistema operativo; in questo caso non mi innamoro ma capisco le grandi potenzialità di una macchina del genere, un’architettura semplice (elemento che ci ha anche fatto vincere il workshop che ci ha permesso di partecipare a questa grande esperienza) legata ad una grande tecnologia, un rapporto che si dimostra flessibile alle esigenze dell’utente e capace di rispondere agli input della natura.

La natura, elemento imprescindibile in un progetto, facile da godere in una località come Courmayeur più difficile forse dentro una grande città, ma in questo progetto abbiamo pensato a delle soluzioni anche per questo, vedremo se funzionano nelle prossime tappe.

Seguendo gli insegnamenti dell’architetto inglese Richard Horden, la nostra architettura tocca la natura e non la conquista, “touch the earth lightly”, nel verso senso della parola, perché biosphera non ha fondamenta ha solo sei piccole “zampe” che la tengono distaccata dal terreno.

Vivere per qualche giorno dentro Biosphera quindi si è dimostrato bello è interessante specialmente andare a testare le varie tecnologie non solo artificiali ma anche quelle passive: non ha prezzo essere svegliati dalla luce solare mentre fuori nevica e allo stesso tempo azionare il comando per chiudere le tende esterne quando alle otto del mattino mi trovo di fronte la faccia di un francese sorpreso di trovare degli umani dentro una navicella spaziale.

In conclusione posso dire che questo progetto cambia il modo di comportarsi dentro una casa, anche perché da sempre siamo stati abituati a vivere dentro case che rispecchiavano un altro tipo di società, il mondo sta cambiando ed è giusto cambiare di conseguenza anche l’abitare: compattezza e tecnologia sono il nuovo status symbol.

 

A presto, Simone Vacca D’Avino